Sara Mesa, il lavoro senza senso che soffoca

Una giovane donna precaria della pubblica amministrazione, la sensazione di sentirsi un ingranaggio, un insostenibile perenne malessere. È quello che mette a fuoco, con un realismo che non disegna l’amara ironia, “Il concorso”, romanzo di Sara Mesa…

Il lavoro che soffoca e opprime, con la sua insensatezza, un romanzo che è fiction ma è fin troppo realistico, drammatico, a tratti tragicomico. La spagnola Sara Mesa è un’autrice ormai riconoscibile e con una sua fortissima identità. I suoi precedenti romanzi La famiglia (ne abbiamo scritto qui) e Un amore (ne abbiamo scritto qui) hanno dato la misura della sua statura. E il suo nuovo volume, proposto ancora da La Nuova Frontiera, e tradotto come gli altri da Elisa Tramontin, non solo ne conferma la maestria, ma se possibile merita di accrescerne ancora la fama.

Un tema che arriva da lontano…

Chiedere diventò un atto di maleducazione. La mera formulazione del desiderio di sapere poteva essere interpretata come una polemica o una critica.

Il tema della burocrazia in letteratura dal proverbiale Kafka in poi è stato ampiamente trattato, sviscerato. Ed è quello con cui fa i conti – in attesa di un concorso per la stabilizzazione – una precaria della pubblica amministrazione, Sara Villalba, che con Sara Mesa avrà il nome di battesimo, qualche connotato e più di qualche peripezia in comune. La sottomissione e l’obbedienza in ambito lavorativo, la monotonia e le regole incomprensibili, sono al centro della riflessione del più recente romanzo di Sara Mesa, Il concorso (224 pagine, 17,50 euro). L’impiegata protagonista (che ha la r moscia e tutti quanti chiamano Sava…) è stata piazzata in una posizione solitaria, in una zona vuota e senza finestre dell’ufficio. Il disagio esistenziale di Sara è inevitabile e a poco o a niente serve nascondere quel che vive alla madre.

Routine e vuoto, poche le ancore…

Lo stress degli incarichi, le situazioni “ingessate”, il senso di un malessere perenne che sta addosso è placato appena dalla vista di alcuni gattini e di una gatta in giardino, dalla collega Sabina, che sembra un’ancora di salvezza, come Beni, funzionaria che le suggerisce di partecipare alla selezione per la stabilizzazione. Ma basteranno? La tensione, l’abitudine a essere un ingranaggio, il vuoto, il pericolo della routine, tanto non detto, sembrano però insostenibili, lascia il segno l’illusione di immaginare una professione e di viverne, senza specifiche conoscenze, una che, fra inerzia e contraddizioni, non è quella sognata. Il realismo di Sara Mesa, che non disdegna il sorriso amaro, è una risposta a tanti, troppi virtuosismi della letteratura d’oggi. Un volume vicino alla vita vera, in cui tanti si possono, amaramente riconoscere.

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