Ne “La Santa degli altri” di Anna Voltaggio la scrittura è l’affamato desiderio di ricondurre alle origini gli ignari destini incrociati, laddove i sentimenti hanno riscattato ogni causa irrealizzabile, e il perimetro della vita sembra accorciarsi o dilatarsi a seconda della capacità di seguire ciò che il destino rivela…
C’è un termine in giapponese, “jōhatsu”, che significa evaporare, è la parola che identifica tutti coloro che, nel tempo, hanno voluto far perdere le proprie tracce, sparire dalla circolazione. Per farlo ci si rivolge a vere e proprie agenzie che, simbolicamente, si occupano di “traslochi notturni” e di fatto fanno proprio questo: traslare una persona da una vita ad un’altra. Il motivo che può spingere a “evaporare” può essere il più differente: dalle delusioni lavorative a quelle personali, dalle violenze domestiche allo stigma sociale, sparire si tramuta, agli occhi di queste persone, da necessità a una possibilità.
Un insolito passato
All’arte della sparizione sembra rifarsi Anna Voltaggio nel suo ultimo romanzo pubblicato da Neri Pozza, La santa degli altri (176 pagine, 19 euro), quando la storia tra Nica e Tommaso subisce una battuta d’arresto: il 22 maggio, il giorno di santa Rita, Nica fa perdere le sue tracce, «ha deciso di sparire per bene, penso, mentre mi fisso nello specchio del bagno. Una sparizione da manuale, come se avesse spiccato il volo fuori dalla finestra». Spiegazioni poche a uno stallo che la giovane butta all’aria senza preavviso, «arriva il giorno e tutto comincia, tranne noi […] Noi non cominciamo mai», per Nica la forza impellente della sua personale ribellione sta nel seguire le tracce lasciate sottopelle da un insolito passato, incline a rifuggire il peso del destino, adatta a inseguire un futuro che «quando ci sono di mezzo i sentimenti, sembra che non debba arrivare mai». Per Nica il futuro è una possessione, la sensazione di un déjà vu che non sa da dove arrivi: «È brava a dimenticare, dice, ma non è vero. Congela il dolore e le pare che non ci sia più. È brava a surgelare, non a dimenticare. Quando l’ho incontrata era già piena di cubetti di ghiaccio che trattenevano dolori da chissà quanto. Ogni tanto se ne scioglie uno e Nica, che è incapace di sostenerlo, reagisce cambiando direzione alla sua vita, come il giorno in cui ha deciso di sparire».
Come nelle linee della mano, il perimetro della vita sembra accorciarsi o dilatarsi a seconda della capacità di seguire ciò che il destino rivela, un pezzetto alla volta, ovvero che a ciò che manca, non si può porre veramente rimedio; la cartografia che Tommaso disegna idealmente per ritrovare Nica conduce il lettore nelle venature della città di Palermo. Dolorosa e febbricitante, la città si rivela a Tommaso come la riproduzione a specchio delle esistenze dei suoi abitanti: è nei luoghi che diventano Nica perché riproduzione del ricordo del suo corpo; è nell’assenza immateriale e illusoria quando la città raggiunge determinati gradi di calore; Nica è ovunque, anche nelle sue ombre che «non mi lasciano neanche quando mi nascondo».
La voce delle donne
È la voce delle donne a determinare l’andamento del romanzo di Anna Voltaggio: Nica, un naufragio, il cambiamento, l’attitudine all’affanno; Gelsomina, moglie, madre, figlia del suo tempo; Margherita, il collante silenzioso e caparbio che riunisce le generazioni; santa Rita, la vera traccia intima dell’essere umano. Con la sparizione si esercita Gelsolmina, sottratta al suo ruolo di madre da un marito conformista, schernito dalle malelingue, nella casa isolata all’Aspra, in compagnia di Margherita, una sola dei suoi figli. Gelsomina cuce la sua visione del futuro: un ricamo dell’assenza, un sentiero percorso a ritroso, Gelsomina prende le misure con ciò che il mondo sarà in grado di restituirle una volta tornata a Palermo, la città divenuta sconosciuta come gli occhi dei suoi figli, certa che solo Santa Rita possa capire, possa ascoltare.
«Non apparire se non vuoi scomparire», lo scrive Margherita «piccolo piccolo con la matita, in una riga bianca tra le sue R, e poi si affretta a cancellare», ogni talento in questo romanzo ha a che fare con l’arte della sparizione, sparire agli occhi degli altri, sparire a stessi, assenze giustificate dalla storia collettiva, il terremoto, i cambiamenti sociali. La stessa santa Rita è un’assenza evocata dalle preghiere dei suoi fedeli, e presenza costante nelle case della povera gente, invocata perché è «la Santa degli impossibili, avvocata dei casi disperati».
Un’ardente ambizione, una malinconia ferita
Santa Rita è l’impressione delle esistenze altrui, chi come lei ha vissuto l’oppressione e l’ingiustizia la ritrova guida per cercare di riemergere e riappropriarsi di sé, lo stesso Tommaso si perde nel mormorio di Palermo, «ho creduto di svanire anch’io, nella sua assenza, e mi afferrava il desiderio intenso di lanciarmi nel vuoto, spiccare il volo e dissolvermi nell’aria», leggendo «uno di quei libretti smilzi e di nessun valore, con la copertina sottile e lucida stampata da una tipografia qualsiasi, senza un marchio editoriale, né il nome di un autore», finisce per comprendere meglio la radicalità di Nica, il suo “preferisco non credere ai miracoli”, la contesa del suo corpo laico, materialmente concreto e la spiritualità della sua dissoluzione che è elevazione di un’esistenza passata.
Due e molteplici donne, la città di Palermo che è donna a sua volta, sono il riflesso di ciò che desiderano: la scrittura di Anna Voltaggio ne La Santa degli altri (qui è possibile leggerne un estratto) è un’ardente ambizione, una malinconia ferita, l’affamato desiderio di ricondurre alle origini gli ignari destini incrociati, laddove i sentimenti hanno riscattato ogni causa irrealizzabile.
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