Un incredibile gioco di identità sovrapposte, anzi di più, l’idea che l’autore non sia mai uno solo, ma un insieme di voci che si intrecciano e si contraddicono. “Lunar Park” di Bret Easton Ellis è un romanzo che riflette costantemente su se stesso e sulla propria natura finzionale (anche nel momento in cui la nega). Non il semplice racconto di una storia, ma la messa in scena dei propri meccanismi di costruzione e della propria natura artificiale.
Lunar Park (408 pagine, 14 euro) è una storia di fantasmi. Il protagonista viene perseguitato dagli spettri del suo passato, siano essi persone realmente esistite — come suo padre — o figure nate dalla sua immaginazione. Bret è infatti uno scrittore, anche piuttosto famoso, e il suo personaggio più celebre, Patrick Bateman, continua a esercitare su di lui una presenza inquietante e persistente, da cui non riesce a liberarsi.
Il romanzo parla dunque degli spettri del passato, ma anche del processo di scrittura. Tra finta autobiografia e metafiction, Bret Easton Ellis costruisce un’opera in cui il confine tra realtà e immaginazione si fa progressivamente più labile, e in cui la fama dello scrittore appare come un peso da cui non è possibile sottrarsi.
La possessione
“Possessione” è uno dei termini chiave del romanzo. Non solo perché la storia assume, a un certo punto, i lineamenti di una ghost story, con tanto di esorcismi, ma anche perché la possessione diventa una metafora dell’atto stesso di scrivere e della perdita di controllo dello scrittore sulla propria storia. Il protagonista, Bret Ellis, è una versione finzionale dell’autore stesso e, come lui, uno scrittore di enorme successo. Anche nella realtà Bret Easton Ellis divenne celebre con la pubblicazione di American Psycho, il romanzo che, al tempo stesso, lo espose a critiche e controversie. Del resto, American Psycho è un’opera in cui la violenza occupa un ruolo centrale e, come racconta Bret nel romanzo, durante la scrittura temeva che le descrizioni dei crimini di Patrick Bateman potessero ispirare qualcuno a imitarli. Che si tratti di paura o di senso di colpa, è proprio ciò che accade in Lunar Park, dove Patrick Bateman — o un individuo “posseduto” dal suo spirito — si materializza nella realtà di Bret, seminando il terrore e incarnando le sue paure più profonde.
Bret ricorre al concetto di possessione anche per descrivere il processo di scrittura: le sue mani si muovevano da sole, come se fosse posseduto dallo spirito del personaggio che stava creando, dallo spirito di Patrick Bateman. Lo scrittore perde così il controllo durante la stesura del romanzo, ma anche dopo la sua pubblicazione: sulle interpretazioni che ne scaturiscono e sul modo in cui viene recepito dai lettori. Questa perdita di controllo trova nel romanzo una rappresentazione concreta nel momento in cui Bateman prende letteralmente vita. L’idea della scrittura come forma di possessione invece, è particolarmente interessante e non è la prima volta che la incontro in letteratura. Basti pensare a Possessione di A. S. Byatt, dove la possessione evocata dal titolo, fra i suoi molti significati, rimanda anche all’essere posseduti dalle storie e dai testi.
La morte dell’autore
Parlando della perdita di controllo di un autore sulla propria opera, viene spontaneo richiamare la teoria della “morte dell’autore” di Roland Barthes. Secondo Barthes, una volta pubblicato, il testo si emancipa dalle intenzioni del suo autore, perché il suo significato non è più determinato da chi lo ha scritto, ma dalle interpretazioni dei lettori. In Lunar Park, questa idea sembra essere portata alle estreme conseguenze.
Barthes si riferisce soprattutto all’autonomia del testo sul piano del significato, ed è proprio questo uno dei temi centrali del romanzo. Sia il Bret Easton Ellis reale sia il Bret finzionale di Lunar Park sono perseguitati da American Psycho. Dopo la sua pubblicazione, il romanzo fu al centro di accese polemiche: Ellis venne accusato di misoginia, di spettacolarizzare la violenza e di promuovere un’immoralità fine a sé stessa. Lo scrittore ha sempre respinto queste interpretazioni, sostenendo che American Psycho non fosse affatto un’apologia della violenza, ma il romanzo è diventato una delle opere più controverse degli ultimi decenni.
Pubblicare un’opera, però, significa accettare che essa non appartenga più soltanto al suo autore. Una volta uscito, il romanzo inizia infatti una vita propria, fatta di interpretazioni, appropriazioni e, talvolta, di fraintendimenti. Ellis ha raccontato che le polemiche seguite alla pubblicazione di American Psycho furono molto pesanti, ricevette insulti, minacce e venne dipinto come una persona moralmente discutibile. Col tempo, però, ha imparato a distinguere il giudizio rivolto alla sua opera da quello rivolto alla propria identità.
Ma se l’opera finisce per emanciparsi dal suo autore, che cosa resta dell’autore stesso? È proprio questa una delle domande al centro di Lunar Park, un romanzo – edito da Einaudi nella traduzione di Giuseppe Culicchia – che riflette sull’identità dello scrittore e sul rapporto, spesso conflittuale, con le proprie creazioni.
Lo scrittore e le sue molteplici identità
Ritornando a Possessione di Byatt, è utile ora soffermarsi sull’identità dello scrittore e del narratore. In Possessione, Byatt criticava la moda postmoderna di eliminare il narratore onnisciente, considerato antiquato perché visto come una figura che vuole assumere una prospettiva quasi divina e imporsi con troppa insistenza all’interno del testo. Byatt scrisse infatti il suo romanzo anche come reazione a La donna del tenente francese di John Fowles, uno dei primi esempi di narrativa postmoderna in cui si mette in discussione e si vuole eliminare la figura del narratore onnisciente tipica della tradizione vittoriana. Byatt, invece, rivendica tale figura, come spiega anche nell’introduzione a Middlemarch di George Eliot, sostenendo che non dobbiamo necessariamente pensare che il narratore onnisciente voglia ergersi a “divinità”, ma che stia semplicemente svolgendo il suo lavoro di scrittore: mostrarci la sua visione del mondo attraverso il testo e al tempo stesso offrirci una visione completa della storia, conoscenza che con un narratore in prima persona verrebbe meno, perché tale narratore implica sempre un certo grado di inaffidabilità e quindi una conoscenza inevitabilmente limitata.
Questo discorso è pertinente a Lunar Park, perché entrambi riflettono sui modi della scrittura. Se Byatt critica il postmodernismo senza poter però rinunciare del tutto a quelle tecniche che mette in discussione, Ellis rimane invece coerente alla sua poetica postmoderna, ma facendo qualcosa di diverso rispetto ai suoi romanzi precedenti: reintroduce la figura del narratore onnisciente insieme a quella del narratore in prima persona inaffidabile. Bret, protagonista e narratore, ha infatti una visione limitata degli eventi e di conseguenza anche la nostra, come lettori, lo è. Questa conoscenza parziale viene però affiancata da quella del narratore onnisciente, che a un certo punto del romanzo prende la parola.
Se Bret ha dubbi su ciò che gli sta accadendo, o sul fatto che sia reale o frutto della sua immaginazione, il narratore onnisciente — identificato con “lo Scrittore” e segnalato dall’uso del corsivo — gli ricorda non solo che tutto è reale, ma lo guida anche nelle sue scelte, mostrando che è già “tutto scritto”. È una sorta di figura rassicurante, come dovrebbe essere, secondo Byatt, il narratore onnisciente: una figura che conosce l’intera storia.
Si crea così una chiara contrapposizione tra ciò che il narratore in prima persona non sa e ciò che invece il narratore onnisciente conosce. È un continuo gioco di specchi, in cui persino l’identità del vero Bret Easton Ellis viene messa in discussione. Lo dimostrano le sue quattro versioni che compaiono nel romanzo:
1. abbiamo Bret Ellis, il protagonista della storia, che chiameremo Experiencing-I, perché è colui che vive le vicende
2. abbiamo poi il Bret Ellis narratore della sua storia, che chiameremo Narrating-I, poiché è colui che ha già vissuto le vicende che sta raccontando retrospettivamente
3. c’è poi lo Scrittore, questa voce onnisciente, che forse è la voce della coscienza di Bret oppure la voce del vero Bret che emerge nel testo, o ancora semplicemente una voce onnisciente che ci mette di fronte alla natura finzionale della storia
4. e infine il vero Bret Easton Ellis, la persona reale, colui che ha scritto e pubblicato il romanzo che stiamo leggendo
Quello che emerge, allora, non è solo un gioco di identità sovrapposte, ma l’idea che l’autore non sia mai uno solo: è un insieme di voci che si intrecciano e si contraddicono. Ed è proprio quando questa instabilità diventa evidente che il romanzo smette di essere soltanto racconto e inizia a mostrarsi come costruzione, aprendo così la strada alla sua dimensione metafinzionale.
La metafiction
Lunar Park è, in sostanza, un romanzo che riflette costantemente su se stesso e sulla propria natura finzionale. Non a caso si apre come un’autobiografia, o meglio come quella che si rivelerà essere una finta autobiografia, dove il protagonista si presenta come Bret Ellis – lo stesso nome dell’autore reale – e ci parla dei suoi romanzi più celebri, da Meno di zero a Glamorama (qui l’articolo) — gli stessi titoli scritti dall’autore reale. Tuttavia, man mano che la lettura procede, ci si accorge che qualcosa non torna (soprattutto se si conosce la biografia di Bret Easton Ellis): alcuni dettagli non coincidono, altri vengono alterati o reinventati. L’autobiografia, dunque, si rivela fin dall’inizio come costruzione romanzesca.
Bret, il protagonista, insiste più volte nel voler farci credere che tutto sia reale. Tuttavia, l’intervento dello Scrittore — che ribadisce anche lui la realtà di ciò che accade — produce l’effetto opposto: non conferma il realismo del racconto, ma ne smaschera la finzione. È proprio l’inserimento della figura dello Scrittore, secondo me, a rendere evidente la natura artificiale della narrazione, ricordandoci che si tratta di una sua creazione e che, in quanto tale, è lui a guidarne lo sviluppo.
Il romanzo si costruisce così su un paradosso: mentre i livelli narrativi insistono sull’idea di realtà, il testo continua a mostrare i propri meccanismi di costruzione. Lunar Park riflette sulla propria natura finzionale proprio nel momento in cui la nega, insistendo sull’autenticità di ciò che viene narrato, e ci sono in realtà diversi indizi che spingono costantemente il lettore a prendere coscienza di questa dimensione metafinzionale, come quando Bret afferma: «il lavoro dello scrittore è proprio questo, la vita diventa un vortice di menzogne».
Lunar Park può essere letto quindi come un esempio particolarmente evidente di metafiction, in cui il romanzo non si limita a raccontare una storia, ma mette continuamente in scena i propri meccanismi di costruzione e la propria natura artificiale. L’alternanza tra finta autobiografia, finzione e interventi dello Scrittore rende instabile ogni livello narrativo, costringendo noi lettori a interrogarci costantemente su ciò che è reale e ciò che non lo è.
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