Mariana Enriquez: “Il genere horror? Assomiglia al mito”

Intervista alla grande scrittrice argentina Mariana Enriquez, in libreria con “Qualcuno cammina sulla sua tomba”: «Non parlo semplicemente di cimiteri, è un’autobiografia non convenzionale della mia vita e delle mie ossessioni. Il gotico è in continua evoluzione e si presta a nuove interpretazioni»

Senza star qui a fare classifiche, quando si parla di Mariana Enriquez, classe 1973, argentina, anzi porteña, cresciuta in un sobborgo operaio, siamo dinanzi a una delle voci più oneste, originali e inquietanti della letteratura internazionale, della letteratura come atto di resistenza, che continua a pubblicare senza deviazioni o compromessi con le mode del momento. Non è una scrittrice di genere, la sua scrittura sussurra e urla, si muove tra morti e fantasmi con grazia, tre metri sopra le tante etichette che via via le hanno affibbiato, in una trincea in cui mescola felicemente gotico latinomericano, realismo sociale, horror femminista, memoria politica. Ha compreso che ciò che ci terrorizza o ci appare mostruoso non sta sotto il letto o dentro l’armadio, ma nel modo in cui abbiamo imparato a convivere con l’ingiustizia, a considerarla normale, quasi naturale. E farci sentire questa normalità come orrore è il suo più grande, il suo più disturbante, talento. Il consiglio spassionato è quello di recuperare tutti i suoi libri tradotti in italiano, a cominciare dal più recente, Qualcuno cammina sulla sua tomba (ne abbiamo scritto qui), pubblicato da Gran Via, la casa editrice che ci ha permesso di realizzare questa intervista, grazie all’agente che rappresenta Mariana Enriquez (nella foto Commons Creative License).

Mariana Enriquez, spesso, a proposito della sua opera, si parla di “gotico sociale”, di “realismo macabro”. I suoi romanzi e racconti narrano le mostruosità della storia umana (dalle dittature alla violenza di genere) meglio di qualsiasi saggio. La cronaca nera e la disuguaglianza sociale si impongono quasi da sole come gli orrori più autentici della nostra epoca?

«Il nostro tempo è pieno di orrori e certamente utilizzo gli orrori sociali come materiale per la struttura della mia narrativa, ma non credo che siano gli unici, né i più autentici. Traumi personali, malattie mentali, violenza… ce ne sono tantissimi altri. Quello in cui non credo assolutamente è che la narrativa horror, o gotica, sia una metafora di questi orrori. È un meccanismo più complesso. La narrativa gotica, e il genere horror, hanno le loro caratteristiche peculiari – il macabro, il mostruoso, la paura, naturalmente, l’idea di realtà parallele, tutto ciò che è o appare sinistro – che in qualche modo risuonano e coesistono in ogni epoca con gli orrori contemporanei. In questo senso, il genere assomiglia al mito: è in continua evoluzione e si presta a nuove interpretazioni».

Che effetto le ha fatto sapere che Qualcuno cammina sulla sua tomba dopo dieci anni sarebbe “rinato” in Italia, per Gran Via (che ha in catalogo, fra gli altri, Nona Fernandez, Juan Villoro, Liliana Colanzi, Sara Gallardo, Patricio Pron)?

«È una cosa che adoro, innanzitutto perché mi piace molto pubblicare con case editrici indipendenti, e in secondo luogo perché è più un progetto che un libro: un progetto di documentazione sui cimiteri e, allo stesso tempo, creare un’autobiografia non convenzionale della mia vita e delle mie ossessioni. Quindi mi piace vederlo crescere e diffondersi».

Come Isidoro Meli ha scritto qui su Qualcuno cammina sulla sua tomba si resta folgorati in particolare dal racconto del cimitero di Holt a New Orleans, il meno noto tra i tanti cimiteri cittadini belli e iconici, dove i poveri vengono sepolti tra peluche consumati e culle dismesse. In quelle poche righe riesce a trasmettere l’anima della città. Cosa le ha insegnato la bizzarra, povera e disperata creatività di quel cimitero sull’elaborazione del lutto e sulla “poesia della morte”?

«Il cimitero di Holt è bellissimo perché è un luogo di compassione e riconoscimento. Il dolore e il suo superamento sono diventati temi molto attuali, e non so bene perché: forse perché abbiamo tanta paura della morte, e anche perché abbiamo paura di provare emozioni troppo intense e di concederci il tempo di immergerci in uno stato emotivo e mentale molto buio. Non c’è niente di male nell’oscurità e nella tristezza, sono cose perfettamente umane. Un luogo come Holt è terribilmente triste e non risolve la disuguaglianza che le persone lì sepolte hanno subito in vita, ma in qualche modo le abbraccia, e abbraccia anche noi che andiamo a visitarle, con una tenerezza per ciò che erano e con la compassione di sapere che tutti meritiamo una tomba con il nostro nome sopra».

In questo libro ha anche scritto di voler far gettare di nascosto le sue ceneri in un angolo della Recoleta (il più famoso cimitero di Buenos Aires), dove c’è scritto: «Qui non c’è niente». Un piano che è un ultimo atto di ribellione punk, una promessa dissacrante tra amici o il finale perfetto per la “strega” Mariana Enriquez?

«Ah ah, non lo so. È un atto di ribellione, suppongo. Ma ora sembra che abbiano rimosso la lapide da quella tomba; forse l’hanno presa i proprietari, non so perché! Quindi devo trovare un’altra tomba dove lasciare le mie ceneri, o chiedere che vengano disperse in un altro cimitero. Forse ora preferirei il Cimitero Protestante di Roma, per via della compagnia (Keats, Shelley, Wilcock, Gregory Corso) e perché il posto è bellissimo. È tra i miei preferiti, ma devo ancora scegliere. Credo che preferirei rimanere in Argentina». (per la traduzione si ringraziano Rocio Marian Ciraldo e Luca Lamberti)

Seguici su SubstackBlueskyInstagramTelegramWhatsAppThreadsYouTube Facebook e X. Grazie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *