I temi della casa e del ritorno sono un po’ il fil rouge dei consigli di lettura della scrittrice Ghila Piattelli. Temi che sono un po’ il prisma attraverso il quale l’autrice di “Ovunque sia casa” (ne abbiamo scritto qui) ha osservato il mondo. Suggerimenti che infoltiscono felicemente la nostra rubrica più amata (qui tutte le puntate)
“Il sole dei morenti” di Jean Claude Izzo (e/o), traduzione di Franco Doriguzzi
Il sole dei morenti ci ricorda che la distanza tra noi e l’altro è più breve di quanto ci piaccia pensare. Rico aveva una vita normale, poi ha perso tutto, la famiglia, il lavoro, la casa e si è ritrovato a Marsiglia a vivere per strada. Insegue il sole e il ricordo di quando era ancora felice, e noi lo seguiamo nel suo viaggio sperando che qualcuno possa ancora salvarlo. Un romanzo che ci parla d’amore e del profondo bisogno che lo sguardo altrui si posi su di noi per continuare a esistere. In fondo Rico cerca soltanto un luogo in cui sentirsi di nuovo a casa: perché la casa è soprattutto questo, un posto al sole e nello sguardo di qualcuno per non diventare invisibili.

“Estranea” di Yael van der Wouden (Garzanti), traduzione di Roberta Scarabelli
Isabel vive sola in una grande casa nella campagna olandese, aggrappata alle proprie abitudini e refrattaria a ogni cambiamento. L’arrivo di un’estranea rompe questo equilibrio. All’inizio succede poco, o così sembra, poi le cose iniziano a incrinarsi, gli oggetti a spostarsi e il desiderio prende forme inaspettate. Pian piano, anche le certezze crollano e ciò che credevamo di sapere cambia completamente significato. Estranea è un romanzo sul possesso e sulle storie che ci raccontiamo per poter abitare serenamente il nostro passato. E lo è anche per la grande casa olandese, nella quale Isabel ha custodito i ricordi d’infanzia e tutto ciò che pensava le appartenesse: uno spazio che cambia volto finendo per guardarci con uno sguardo obliquo, quasi fossimo noi gli estranei.

“Follia” di Patrick McGrath (Adelphi), traduzione di Matteo Codignola
Come scriveva Pirandello, il folle è colui che ci scrolla dalle fondamenta tutto quanto abbiamo costruito in noi, attorno a noi, la logica di tutte le nostre costruzioni. Ed è esattamente quello che succede alla protagonista di questo romanzo. Stella ha una casa, un marito, un figlio, una vita ordinata e rispettabile, eppure dentro quella vita non riesce più ad abitare. Incontra Edgar, artista internato in un manicomio criminale per aver ucciso sua moglie, se ne innamora e lascia tutto per seguirlo fino all’inevitabile precipizio. Follia ci trascina in una storia fatta di desiderio, di ossessione, esplorando la tragica capacità che abbiamo di confondere ciò che ci distrugge con ciò che crediamo possa salvarci, che ci rende prigionieri proprio quando pensiamo di essere finalmente liberi.

“Applausi a scena vuota” di David Grossman (Mondadori), traduzione di Alessandra Shomroni
Con abilità e in punta i piedi David Grossman ci parla del dolore, dei sensi di colpa che ci trasciniamo dietro e del profondo bisogno di qualcuno che ci ascolti e che raccolga le nostre memorie. Dovale è un cabarettista: sale sul palco di un piccolo locale di Netanya per far ridere, fa battute, provoca e alla fine risulta volgare e insopportabile. Quello che doveva essere uno spettacolo diventa una confessione del bambino che è stato una volta, quando per sopravvivere aveva imparato a camminare a testa in giù, sulle mani. Il pubblico si spazientisce, qualcuno se ne va, noi invece restiamo. Pensavamo di partecipare a uno spettacolo, invece ci ritroviamo ad assistere alla dissezione di una ferita. Dovale ha passato una vita a far ridere gli altri per nascondersi, per fuggire da sé stesso e dal suo passato, poi una sera decide di tornare proprio lì, nel luogo più doloroso, dove rincontra il bambino che guardava il mondo a testa in giù. E noi restiamo ad ascoltarlo, fino alla fine.

“Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy”, traduzione di Chiara Gabutti
Una grande famiglia in Kerala la cui vita è scandita da rigide regole, due gemelli e un amore proibito, quello della loro madre Ammu per Velutha, un intoccabile. È una passione che infrange le convenzioni sociali e conduce a una tragedia preannunciata. Ammu e Velutha sanno di non avere un futuro; per questo si aggrappano alle piccole cose, i pesci del fiume, al ragno a cui affidano la loro fragilità ma anche la loro speranza, e quel saluto prima di separarsi, a domani, perché sanno che quella di rivedersi il giorno dopo, è l’unica promessa che possono sperare di mantenere. Quella di Arundhati Roy è una scrittura raffinata, leggera, fatta di piccoli dettagli, parole, odori, gesti, che ritraggono un’immagine in bilico tra il grandioso e il minimalista. Uno dei più bei libri che abbia mai letto.

“Il professore di desiderio” di Philip Roth, traduzione di Norman Gobetti
David Kepesh insegna letteratura, ama le donne e passa la maggior parte del tempo a chiedersi se quella che ha scelto sia veramente la vita che desidera. È un romanzo sul sesso, sul matrimonio, sulla fedeltà, sulla paura di invecchiare e sulla ricerca della versione più intensa di noi stessi. Kepesh cerca la passione quando ha la serenità, e anela alla serenità quando la passione comincia a costargli troppo. Questa ricerca è costante è mossa da un appetito inappagabile: perché quando sembra aver trovato quello che stava cercando, già non gli basta più. Un romanzo che ci spinge a riflettere su questa terra di mezzo, lo spazio tra ciò che abbiamo e ciò che malgrado tutto continuiamo a desiderare, perché Eros è, per dirla con Platone, sempre desiderio di ciò che ci manca.

“Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini
Venuto al mondo racconta quello che resta quando le guerre finiscono: gli amori, le ferite, i segreti di chi sopravvive, portandosi per sempre dentro le immagini di ciò che ha vissuto. Sarajevo è teatro di distruzione, ma anche il terreno in cui vengono innestati i germogli della rinascita. Gemma ama Diego e vuole un figlio, lo desidera disperatamente, anche se intorno a loro il mondo brucia. Anni dopo Gemma torna a Sarajevo con Pietro, suo figlio ormai adolescente: un viaggio per ricordare e per ricostruire una storia che scoprirà di non aver mai conosciuto veramente. Perché tutte le guerre si somigliano e continuano ad abitare l’anima di chi le ha vissute, anche quando sono finite. Ed è per questo che Gojko, Aska e soprattutto Sebina – che con le sue scarpette con le lucine illumina la lunga notte di Sarajevo – sono personaggi che ti restano dentro.

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