Più italiani che stranieri, e qualche desiderio da editore, finito nei cataloghi di altre case indipendenti. Ecco i sette consigli di lettura di Nicola Leo, coeditore della sigla palermitana Il Palindromo. Un altro appuntamento con la nostra rubrica più amata (qui tutte le puntate precedenti)
Una lista personale, inevitabilmente incompleta, senza grandi classici (che senso avrebbe?), senza libri del Palindromo (che mi piacciono e li consiglio dovrebbe essere lapalissiano) e un po’ umorale, con alcuni punti fermi della mia vita da lettore (e che quindi inevitabilmente hanno influenzato il mio gusto da editore) e altre pubblicazioni che mi hanno fatto pensare “bravi, avrei voluto farlo io”.
“Il figlio di due madri” di Massimo Bontempelli (Utopia)
Prendo le mosse da un autore che avrei voluto avere nel catalogo del Palindromo: Massimo Bontempelli, per anni sparito dai radar dell’editoria e dagli scaffali delle librerie e meritoriamente (anche se lo dico con un po’ di egoistico dispiacere editoriale) finalmente in corso di ripubblicazione per le bellissime edizioni Utopia. Ne abbiamo parlato per anni in redazione fino a quando ci siamo ritrovati a comprarlo da lettori. Ma va bene così, casa migliore difficilmente poteva essere trovata. Il romanzo in questione, del 1929, è uno di quelli di maggior successo, ottimo punto di partenza per riscoprire uno scrittore straordinario, vero diamante del realismo magico e del fantastico italiano di primo Novecento.

“Le galline pensierose” di Luigi Malerba (Quodlibet)
Anche in questo caso parto da un libro per un consiglio più ampio, ovvero la collana “Compagnia extra” di Quodlibet, diretta da Ermanno Cavazzoni, che ha messo in fila una serie di libri sfiziosissimi, alternando classici (Dumas, London, Kafka, Tolstoj), strambi cataloghi (come quello dedicato alle micronazioni da Graziano Graziani), testi dello stesso Cavazzoni, recuperi sperimentali (Perec!) e, appunto, vari scritti di Luigi Malerba (anche in questo caso si tratta di un recupero a dir poco meritorio), il tutto con una coerenza di pensiero editoriale che sembra impossibile ma che c’è e tiene insieme tutto. Le galline pensierose descritte con leggero umorismo da Malerba siamo proprio noi: affaccendati e incapaci di portare a compimento i progetti prefissati non facendo altro, spesso, che perderci in chiacchiere…

“La notte della civetta” di Piero Melati (Zolfo)
Di alcuni libri si dice che sono necessari e questo certamente lo è, ancor di più per i palermitani cresciuti dopo gli eventi qui raccontati ma di cui spesso portano addosso le cicatrici inconsapevolmente. Libro necessario, a tratti scomodo, ma soprattutto bello. Ed è qui che Melati fa la differenza, grazie a una scrittura che si muove a metà tra memoria personale e inchiesta, e costruisce un vero e proprio reticolo narrativo dal sapore romanzesco. Ma di fiction non c’è nulla, anche se ci tiene incollati alle pagine.

“La biblioteca di Gould” di Bernard Quiriny (L’Orma), traduzione di Lorenza Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco
Una delizia per appassionati bibliofili, bibliomaniaci e non solo. Sulla scia di Borges, Calvino e Bolaño, l’autore ci conduce tra gli scaffali di questa misteriosa e sorprendente biblioteca privata fittizia, composta da libri strampalati, alcuni conservati qui in unica copia, ma suddivisi in tre categorie (una collezione molto particolare – la nostra epoca – dieci città). Un labirinto ludico che prende forma tra gli scaffali ma dove a primeggiare sono l’inventiva e la scrittura dell’autore che permettono all’assurdo di diventare “normale”.

“Il mio amico Hitler” di Yukio Mishima (Guanda), traduzione di Lydia Origlia
Un piccolo testo teatrale (portato in scena originariamente con l’autore nei panni di Hitler), una delle ultime fatiche letterarie di Mishima (1968) che avrebbe compiuto seppuku due anni dopo. Una conversazione a più voci tra Hitler, Gustav Krupp, Gregor Strasser ed Ernst Röhm alla vigilia della “Notte dei lunghi coltelli” che permette allo scrittore di tessere una profonda riflessione sui temi dell’amicizia, dell’onore e della fiducia tradita.

“Roma senza papa” (primo punto fermo) di Guido Morselli (Adelphi)
È il primo romanzo (postumo, come gli altri) pubblicato da Morselli. Si potrebbe definire fantapolitica (il papa abbandona la città) ma sarebbe fuorviante. Al centro della narrazione sono infatti le meditazioni e gli incontri del protagonista, in una perenne atmosfera di sospensione del tempo, che ruotano attorno ai temi della laicizzazione della Chiesa, del declino culturale e dei rischi della modernità. Ma quel che rende il libro un capolavoro è, come sempre, la scrittura: vertice del secondo Novecento italiano (almeno per chi ha redatto questa lista) in cui, come in ogni romanzo fantastico degno di questo nome, è il realismo della ricostruzione il vero punto di forza: talmente credibile da trascinarci in questa fantomatica città eterna che sta perdendo la sua eternità.

“Il deserto dei tartari” (secondo punto fermo) di Dino Buzzati (Mondadori)
Un romanzo che ha fatto dell’attesa e della monotonia il proprio perno narrativo ma che ha la forza di tenere il lettore ancorato alle pagine anche se di fatto non succede nulla. Una fiaba surreale sul senso del tempo e della vita, la solitudine e la noia. Ma su questo romanzo davvero non serve aggiungere altro.

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