Ecco i 7 libri preferiti dell’editor Antonio Russo De Vivo, fra quanti sono stati scritti da autori italiani dal 2000 in poi. Ma più che consigliarli, preferisce “solo parlarne”… Un nuovo appuntamento con la nostra rubrica più amata (qui tutte le puntate precedenti)
Roberto Calasso a pagina 94 de L’impronta dell’editore (Adelphi, 2013) definisce la casa editrice un “lungo serpente” di cui ogni segmento è un libro — tutti i libri formano un unico grande libro: il serpente, appunto.
A proposito di… serpenti
Ne Le strutture antropologiche dell’immaginario (Edizioni Dedalo, 2009) Gilbert Durand ricordando la biblica caduta dell’uomo nel tempo e nella mortalità ci ricorda che il serpente è “immortale, rigenerato, capace di mutare pelle” (p. 132).
Ne I miti nordici (Longanesi, 2016) Gianna Chiesa Isnardi descrive il serpe-mostro Miðgarðsormr come un enorme anello che avvolge la terra, sprofondato dagli dèi nell’oceano in quanto “forza vitale originaria che deve essere dominata e controllata” (p. 573).
Ecco che questo lungo serpente dai poteri enormi, demoniaci o negativi o semplicemente oltreumani, partendo da Calasso io lo associo al percorso di letture individuali che compone la nostra biblioteca mentale, infinita in potenza e peritura in quanto umana. Leggere come crescere il nostro serpente: questo è il senso.
E allora leggete in modo egoistico, per il vostro solo piacere, leggete i libri che piacciono al vostro serpente, che non possono essere i libri di cui parlano tutti / i libri di moda / i libri che fanno apparire intelligenti (l’intelligenza è un talento, c’è o non c’è, non va confusa con l’erudizione) / cool / interessanti / i libri necessari / i libri classici / e insomma tutti quei libri che non si scelgono. Il mio libro più bello in assoluto non è il libro più bello e più importante della storia dei libri, non è neanche tra i più letti e conosciuti, è solo il mio libro più bello, per conoscerlo dovreste scrivermi in privato — condividere un piacere richiede una certa intimità.
Un modo pericoloso per impiegare il tempo
Leggere non è un obbligo, è semplicemente un modo pericoloso di impiegare il proprio tempo tra tanti altri modi pericolosi. È evidente che quando vi consigliano di leggere ve lo sconsigliano: si tratta di un “double bind”, un doppio vincolo (leggete Gregory Bateson, Verso l’ecologia della mente, Adelphi, 2018, pp. 316-323) il cui fine è essere alfabetizzati e analfabeti, conoscere una e una sola lingua, un solo codice, per ignorare la molteplicità dei codici esistenti. Leggete come si nutre il proprio serpente solo se siete consapevoli della pericolosità di nutrire un serpente; altrimenti leggete i libri che leggono tutti, quelli necessari, “istituzionali”, o leggete quanto basta per capire quel poco che serve a sopravvivere.
Ora vorrei parlarvi di 7 libri che sono i miei 7 libri italiani preferiti usciti dal 2000 in poi. Ve li consiglierei pure se non fossi consapevole dell’inutilità di consigliare libri. Michela Murgia in un’intervista disse che per far leggere libri bastava sconsigliarli, un machiavellismo che trovo meraviglioso. Però questi 7 libri non ve li sconsiglio nemmeno: non sono mica un libraio, non voglio vendervi libri, mi dispiacerebbe che qualcosa di prezioso, diffondendosi, si deprezzasse. In un qualche modo difficile da spiegare, non mi converrebbe.
Diciamo che voglio solo mostrare un bellissimo serpente, che possa essere un esempio affinché ognuno ne crei a suo piacere.
Parto dalla coda:
Bobi (Adelphi, 2021) di Roberto Calasso.
È la coda ideale, perché riprende quanto detto sopra e lo lega a me. Io sono un editor; Roberto “Bobi” Bazlen, il protagonista di questo elegante breve libro di ricordi personali, è stato il più grande editor in Italia, è il mio modello di editor, è il creatore del concetto di “libro unico” che Calasso identifica con il “serpente” e che è la base del piano editoriale della casa editrice Adelphi.
A un certo punto Calasso dice che Bobi era diverso da tutti gli altri dell’ambiente e scrive:
Per molti, questa rimase la barriera fra Bazlen e loro stessi. Bazlen era quello che sapeva qualcosa di più. Ma sapeva le cose giuste? O potevano anche essere effimeri estri che passano come il vento? E comunque si trascurava il perché di quei gusti, di quelle certezze non autorizzate (pp. 26-27).
Questa citazione la considero un altro bel modo di definire la parola “leggere”.

Dopo la coda, col fine di crescere subito tanto questo serpente, nomino due raccolte di racconti, laddove a quanto pare l’editoria italiana non ama particolarmente le raccolte di racconti, ne pubblica poche, sotto costrizione forse, le vende male, potrebbe farne felicemente a meno.
La prima è Neroconfetto (Racconti edizioni, 2021) di Giulia Sara Miori. Un gioiello di letteratura perturbante se esistesse la letteratura perturbante. Una antologia di racconti strani, inquietanti, con la quale ha esordito una autrice tra le mie preferite, una autrice con cui poi per fortuna ho lavorato, che ha talento, immaginazione, che usa i dialoghi con rara maestria.

L’altra raccolta è un’opera maestosa in cinque volumi: Atlante della fine del mondo (Marotta&Cafiero, 2022) di Davide Morganti — di cui ho fatto tutoring e dunque ho contribuito, come editor, alla creazione.
Morganti io lo definisco un “cantastorie”, un artista capace di inventare personaggi e mondi con facilità, uno scrittore poco napoletano, poco italiano, molto europeo, che scommetto un giorno ce lo ritroveremo sui manuali di letteratura italiana contemporanea. In Atlante c’è un impiegato, Casimiro Boboski, che è costretto a partire da San Marino e girare il mondo per poi tornare a restituirne la Storia. In ogni paese il povero Casimiro è trattenuto finché non racconta una storia. E le storie di Casimiro sono i racconti che compongono l’opera di Morganti. Ricordate Le mille e una notte? Siamo lì.

Il quarto libro, la quarta tessera del serpente, è Sangue di cane di Veronica Tomassini, che io ho letto nella prima edizione Laurana del 2010, che voi potete leggere nella nuova edizione de La nave di Teseo del 2024.
Qui si narra della storia d’amore tra una giovane di Siracusa e un polacco alcolizzato che fa vita randagia. Leggerlo fa percepire la puzza e lo sporco della strada, fa fisicamente male, perché è come rivivere qualcosa di reale, e proprio di quella realtà che noi mediamente borghesi privilegiati rifiutiamo. Cito l’incipit:
Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. ‘C’hai la rogna’, mi diceva Tano, il pescatore, l’amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue.


Il quinto libro è un libro per cui ho fatto un entusiasmante lavoro di editing e tutoring. È Lingua madre (Italo Svevo, 2021) di Maddalena Fingerle. Si tratta di un romanzo stratificato in cui c’è una vicenda esistenziale (tutto ciò che riguarda la vita del protagonista Paolo Pescher), un ragionamento sul bilinguismo e sulla storia di una città (Bolzano), una dimensione linguistica internazionale (il tedesco nel percorso Italia-Germania-Italia del protagonista), una storia familiare, una voce narrante marcata che ricorda la scuola emiliana per cura della musicalità.

Il sesto libro è quello che per me è il miglior romanzo uscito in questi anni: I segnalati (Fazi, 2013) di Giordano Tedoldi.
La versione cartacea è fuori catalogo, ma potete comprare l’ebook.
È un romanzo imperfetto, che esonda ambiguità, perversione, malattia, e in cui l’autore valorizza la sua cultura musicale (musica classica, ricordate Doctor Faustus di Thomas Mann?). È una porta d’accesso ai circoli paranoici. È una storia morbosa senza essere cupa, con tanta luce anzi, come a ricordarci che i mostri non hanno certo bisogno del buio per manifestarsi (ricordate I demoni meridiani di Roger Caillois?).

E ora la testa del serpente.
Panorama di Tommaso Pincio, che io ho letto nella prima edizione NN del 2015, che voi potete leggere in una nuova edizione Sellerio accresciuta e illustrata.
Questo romanzo è l’unica testa possibile di questo serpente perché il protagonista è un lettore, un lettore che è una star del settore editoriale, un lettore che ha scoperto un grande best seller, un uomo strano che coltiva, tramite i social network, una fragile storia d’amore a distanza con una donna misteriosa, Ligeia Tissot.
C’è un momento in cui Tondi ha uno scambio con uno scrittore, uno scambio illuminante che per me è la lingua biforcuta di questo serpente, la chiusura perfetta:
Davanti al bandone sporco, qualcuno estrasse uno smartphone e cominciò a digitare. Era il tipico intellettuale di allora, il tipico lettore forte: trasandato, spettinato e anche un po’ sporco, un mezzo poveraccio. Tondi lo osservò senza un preciso pensiero in testa e, mentre lo osservava, qualcuno al suo fianco sussurrò: Troppo è durata. Tondi si voltò e vide la sagoma di una persona più anziana di lui allontanarsi nella notte. Era di spalle, ingobbito dentro un pesante giaccone, ma lo riconobbe. Si chiamava Francesco Pecoraro. Aveva scritto un romanzo, una specie di memoriale aspro e marmoreo come un tempio dorico. Sul momento Tondi preferì non capire il senso di quelle parole, ma tutto gli era chiaro adesso. La commedia si era replicata per anni. Era passato da un libro all’altro, da una lettura all’altra, soltanto per poter passare da un giorno all’altro. Aveva ragione anche Pecoraro, troppo era durata.


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