Benvenuto autunno, ecco i libri che consigliamo

Con poche eccezioni sono tutti classici i libri che alcuni componenti della nostra redazione segnalano oggi, 23 settembre, all’inizio dell’autunno. Una carrellata di consigli in cui vale la pena mettere il naso o gli occhi…

“Diario siciliano” di Ercole Patti (La Nave di Teseo)

C’è sempre un malinteso sull’autunno, percepito spesso come stagione di assenze, di addii. Certo, novembre è il mese dei tristi ricordi ma è anche il mese della semina nuova, di grani e legumi. Come il nostalgico ottobre è, nel contempo, il mese delle grandi raccolte, tra palmenti e frantoi, noci e castagne. Tutto questo, ma anche molto altro, si trova nei libri di Ercole Patti e tra questi mi torna alla mente il fulgente Diario Siciliano che, pur non essendo più in catalogo la bella edizione Bompiani con l’introduzione di Massimo Onofri, è possibile leggere nel volume, altrettanto importante, Tutte le opere (qui l’articolo), edito dalla Nave di Teseo a cura di Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla. È una raccolta di racconti, di impressioni, di annotazioni, come suggerisce il titolo. Il diario di una stagione bellissima. (Luca Alerci, qui tutti i suoi articoli)

“Autunno” di Ali Smith (Sur), traduzione di Federica Aceto

Primo capitolo della “Quartetto stagionale” dell’autrice scozzese: un romanzo che riflette su tempo, memoria e cambiamento attraverso l’amicizia singolare tra un ultracentenario e una poco più che trentenne giovane, che giunge al suo capezzale in quelli che probabilmente saranno gli ultimi giorni dell’uomo. Con l’autunno come metafora costante. (Arturo Bollino, qui tutti i suoi articoli)

“Il gigante sepolto” di Kazuo Ishiguro (Einaudi), traduzione di Susanna Basso

Nebbia, ricordi e due genitori che cercano un figlio in Inghilterra. L’atmosfera è perfetta per le sere autunnali. (Giosuè Colomba, qui tutti i suoi articoli)

“Gli autunnali” di Luca Ricci (La nave di Teseo)

In una Roma magnifica e decadente, che si libera della canicola agostana e accoglie con gratitudine l’autunno e il suo tripudio di colori, il protagonista – disamorato della moglie – coltiva l’ossessione sentimentale per l’immagine di Jeanne Hébuterne. Quest’ultima, pittrice compagna di Amedeo Modigliani, scomparve tragicamente gettandosi incinta da un abbaino nella città di Parigi, sconvolta dal dolore per la morte dell’uomo amato. Un fatto lontano nel tempo ma che colpisce il protagonista, scrittore in crisi creativa: sfogliando un libro sugli artisti bohémien di Montmartre, scovato su una bancarella del mercato, si imbatte in questo personaggio complesso e affascinante e nella sua fine miserevole. Fantasia e realtà di alternano e a un certo punto sembrano sovrapporsi. La scrittura di Luca Ricci è avvolgente e coinvolgente. Spicca la figura dell’amico cinico del protagonista – “Gittani” – disilluso dalla vita e dal mondo dell’editoria con le sue conventicole e le sue vuote liturgie. Lo scambio di battute fra i due sul fatto che ciascun individuo incarni una stagione metereologica – che lo definisce compiutamente dal punto di vista caratteriale – è di grande effetto, dopo diversi anni dalla prima lettura continuo periodicamente a ripercorre questo passo del romanzo – e la “la teoria degli autunnali” – trovandoli entrambi (il romanzo e la teoria) sempre suggestivi e pieni di verità. (Sabrina Colombo, qui tutti i suoi articoli).

“Tutti i giovani tristi” di Francis Scott Fitzgerald (Mattioli 1885)

Francis Scott Fitzgerald. Autore romantico, malinconico e atmosferico per eccellenza. Ho sempre letto i suoi romanzi più famosi soprattutto in estate, una stagione che richiama il divertimento, la spensieratezza e quella sorta di leggerezza che appartiene a molti dei suoi protagonisti più celebri. Ma questa raccolta di racconti, scritta subito dopo Il grande Gatsby e arrivata in Italia grazie a Mattioli 1885, sembra invece parlare un’altra lingua: quella dell’autunno. L’autunno, inteso non soltanto come stagione, ma come momento della vita: il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Alle sue responsabilità, alle disillusioni e alla consapevolezza che non tutto può rimanere com’e. Quella zona di confine in cui qualcosa inevitabilmente cambia, anche quando all’apparenza tutto sembra ancora uguale. Come viene scritto nella postfazione a cura di Nicola Manuppelli: «Tutti i giovani tristi è un libro a tema, una carrellata, uno stato d’animo». Proprio come quando le giornate si accorciano impercettibilmente e ci si accorge che l’estate, in qualche modo, è già finita. (Manuela D’Angelo, qui tutti i suoi articoli)

“Il canto di Penelope” di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie), traduzione di Margherita Crepax

L’estate si chiude con l’eco magnifica dell’Odissea vista con gli occhi di Nolan, ma l’autunno chiama un ritorno a quello che sentiamo davvero nostro. Il mio libro di questa stagione è Il canto di Penelope di Margaret Atwood, arrivato tra le mie mani grazie al prestito prezioso di una amica. Qui il mito cambia voce. A raccontare non è un eroe di passaggio, ma lo spirito di Penelope: un’ombra vivida che attraversa il tempo, giunge fino a noi e parla dalla terra dei morti. Con un’ironia lucida e una poesia intima, Penelope intesse una trama di riflessioni profonde sull’attesa, sul potere e sul senso del ricordo. E, sopra ogni cosa, non dimentica. Custodisce la memoria delle sue dodici ancelle, restituendo vita e dignità a chi la storia ufficiale ha consegnato al silenzio. Un racconto perfetto per le prime serate fredde, quando le storie d’amore e di spettri chiedono solo di essere ascoltate. (Daniela Gambino, qui tutti i suoi articoli)

“Giù in fondo” di Leonora Carrington (Adelphi), traduzione di Ginevra Bompiani

L’arte surrealista è uno dei movimenti artistici più complessi e sfaccettati, e forse si adatta bene a qualsiasi tema. Lei una delle esponenti donne, di quelle donne tenute nascoste per tanto tempo. Un libro per l’autunno non perché parli dell’autunno, ma perché ne condivide il movimento: quello delle cose che cambiano forma, si spogliano e attraversano una soglia. In Giù in fondo (76 pagine, 12 euro) Leonora Carrington, artista e scrittrice surrealista, ripercorre la propria discesa nella follia e l’esperienza dell’internamento attraverso una scrittura visionaria, sospesa tra lucidità e allucinazione. C’è qualcosa di profondamente autunnale in questo attraversamento: la perdita delle certezze, il venir meno di un equilibrio, la sensazione che qualcosa debba finire perché altro possa cominciare. Carrington attraversa la crisi come una soglia, e la scrittura diventa il tentativo di dare forma a ciò che sembra sottrarsi a ogni ordine. Una lettura per quella stagione dell’anno in cui tutto ricorda che trasformarsi significa anche, inevitabilmente, lasciare andare qualcosa. (Giuseppina Gullo, qui tutti i suoi articoli)

“Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson (Adelphi), traduzione di Monica Pareschi

Autunno: castelli, streghe, tè e biscottini, morti misteriose. Non è meraviglioso? È quello che forse direbbe Merricat, la protagonista di uno dei più magnetici e disturbanti romanzi di Shirley Jackson. In Abbiamo sempre vissuto nel castello, il castello gotico di Merricat altro non è che casa Blackwood, dove la giovane vive segregata insieme alla sorella Constance e all’anziano zio Julian. I tre, infatti, sono gli unici sopravvissuti della numerosa famiglia, avvelenata con dell’arsenico rinvenuto dentro a un dessert consumato anni prima. Ora tocca alle due donne occuparsi della casa: Metticat e Constance vivono isolate, in una fortezza fatta di paure e minacce esterne da evitare in tutti i modi (ricorrendo, spesso e volentieri, alla magia). È attraverso le parole di Merricat che l’autrice costruisce una trama di lucida follia mascherata da invidiabile perfezione. Un giorno, l’equilibrio intoccabile delle sorelle Blackwood viene stravolto dall’arrivo del cugino Charles, presenza invadente che Merricat dovrà contrastare – da sola – con tutte le proprie forze. Un romanzo ipnotico, da leggere di giorno e da sognare di notte. (Rossella Lettieri, qui tutti i suoi articoli)

“Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani (Feltrinelli)

L’autunno è la stagione chiave e più crudele nel romanzo per eccellenza di Giorgio Bassani. È nell’autunno del 1938 che il rapporto tra il narratore e Micol si fa più intimo e insieme più doloroso.

Se quel pomeriggio di pioggia nel quale era terminata d’un tratto la luminosa estate di San Martino del ’38 io fossi riuscito perlomeno a dichiararmi – pensavo con amarezza – forse le cose, tra noi, sarebbero andate diversamente da come erano andate. Parlarle, baciarla: era allora, quando tutto ancora poteva succedere – non cessavo di ripetermi – che avrei dovuto farlo! E dimenticavo di chiedermi l’essenziale: se in quel momento supremo, unico, irrevocabile – un momento che, forse, aveva deciso della mia e della sua vita – io fossi stato davvero in grado di tentare un gesto, una parola qualsiasi. Lo sapevo già, allora, per esempio, di essermi innamorato veramente?

Da lì in avanti l’idillio si incrinerà sul piano sentimentale e non solo: con l’emanazione delle leggi razziali s’inaspriranno le persecuzioni nei confronti della comunità ebraica di Ferrara. (Salvatore Lo Iacono, qui tutti i suoi articoli)

“Essere nuvola” e “Pane del bosco” di Chandra Candiani (Einaudi)

La straordinaria grazia con cui Chandra Candiani espone nei suoi versi la natura, il suo respiro infinito, la sua vita senza limiti, che sempre ci riguarda, riesce a fare dell’autunno una carezza, perfino un principio. In Essere Nuvola (Einaudi, 2026) dice del tempo che «Accompagna ogni cosa/fino al limite dell’invisibile,/una foglia cade a terra/e inizia.» È un tempo ampio, l’autunno di Candiani, non crepuscolare: “In autunno le nuvole/ sono più grandi,/pensose”. Come in tutte le sue raccolte, come nella sua più profonda poetica, svanire non è mancare (“Per il bosco sono una piccola foglia/quando non ci sarò più/non se ne accorgerà,/come in autunno tutto cade e niente manca.” Anche Pane del bosco (Einaudi, 2023), era diviso in 4 sezioni, una per ogni stagione, e nell’Autunno ricco di Ontani, Foglie Volpi, ancora, con lieve grazia, dice «Come l’albero tratta le sue foglie/così tratto i miei pensieri». (Mauro Mangano, qui tutti i suoi articoli)

“L’autunno del patriarca” di Gabriel García Márquez (Mondadori), traduzione di Enrico Cicogna

È un romanzo in cui l’autunno assume soprattutto un significato metaforico: è la stagione della vecchiaia, del declino, della fine di un potere. Protagonista è un dittatore ormai vecchissimo, solo e assoluto, la cui figura si confonde con quella di un intero Paese e con una storia fatta di violenza, paura e solitudine. García Márquez racconta il suo progressivo tramonto con una scrittura visionaria e ipnotica, fatta di frasi lunghe e circolari, in cui il tempo sembra perdere ogni linearità. L’autunno diventa così non soltanto quello di un uomo e del suo potere, ma anche quello di un mondo destinato, prima o poi, a finire. (Diletta Molinelli, qui tutti i suoi articoli)

 

“Tornare dal bosco” di Maddalena Vaglio Tanet (Marsilio)

Ispirato a un fatto realmente accaduto di cui l’autrice era a conoscenza, è un romanzo che spazia tra vari temi: rapporto tra genitori e figli, rapporto tra alunni e insegnanti, senso di abbandono o di colpa, senso di solitudine ed emarginazione. E a fare da sfondo è proprio il bosco, sia letteralmente, perché Silvia, la maestra, entra nel bosco con l’intento di annichilirvisi e lasciarsi andare, sia figurativamente, perché il romanzo promuove il messaggio che dal “bosco” si può tornare, si può uscire dal buio opprimente dei propri pensieri, si può tenere a bada l’ansia, si possono gestire i pensieri autocritici. Riversa nel bosco, ormai intorpidita e afasica, Silvia sopravvive grazie a un alunno, Martino, che la scopre per caso, un bimbo molto sensibile e buono, che sarà di supporto determinante per Silvia. (Elena Realino, qui tutti i suoi articoli)

“Middlemarch” di George Eliot (Mondadori), traduzione di Michele Bottalico

Non chiedetemi perché ma Middlemarch, classico di George Eliot (pseudonimo maschile di Mary Ann Evans) non sufficientemente conosciuto in Italia, mi ha sempre richiamato perfettamente i colori tenui e la luce obliqua dell’autunno. Vi basti questo, oltre a sapere che è un romanzone corale di mille pagine. (Micol Treves, qui tutti i suoi articoli)

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